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La normalità della quotidiana violenza

La normalità della quotidiana violenza

 


violenza

Il 18 ottobre, qualche giorno fa, le forze dell’ordine hanno tradotto in carcere a Roma Alessio Burtone, come misura di custodia cautelare stabilita dal gip Di Lorenzo, in quanto indagato per la violenza che ha subito Maricica Hahaianu e in seguito della quale il 15 ottobre scorso è deceduta.

Questo fatto, che ha assunto gli onori della cronaca per l’atto di violenza in sé e per l’indifferenza da parte dei passanti di fronte al corpo inerme della donna stesa per terra alla stazione metropolitana Anagnina di Roma, ha avuto ieri uno strascico al momento dello spostamento di Burtone da parte delle forze dell’ordine dagli arresti domiciliari alla misura cautelare della detenzione.

Al momento dell’intervento da parte dei Carabinieri una folla di giovani, conoscenti e amici di Burtone, hanno cominciato ad inveire, ad insultare con pesanti, volgari ed offensivi epiteti i Carabinieri, i quali stavano compiendo il loro dovere.

Per educazione evito di riportare gli epiteti che si possono trovare riportati in differenti quotidiani, ma sento di dover ricordare una frase che riporta il sito internet di La Repubblica e che sarebbe stata detta da uno dei sostenitori di Burtone “Spero che i rumeni entrino in casa di Alemanno per rubare” e come riporta Il Messaggero risulta esser stato detto ai Carabinieri “Infami”.

L’atto che si è verificato dell’aggressione alla stazione Anagnina e l’indifferenza dei passanti era stata indicata con sdegno da giornalisti, opinionisti in tv come un sintomo di razzismo; bhe le simpatiche esternazioni di questi giovani come dovrebbero essere classificate? Oltretutto questo scenario è stato riportato da diversi giornali e tv romene in Romania, passando il messaggio come gli Italiani utilizzano due diversi criteri di valutazione: nel caso di violenze perpetuate da romeni nei confronti d’italiani si tacciano i rumeni come popolo violento che viene a delinquere in Italia, mentre se chi subisce la violenza è un Rumeno da parte di un Italiano allora questi viene applaudito.

Personalmente ritengo che gli Italiani, è vero, non sono quel popolo di “bravagente” mito che ci siamo cuciti addosso, ma non è neanche vero che esistono popoli violenti e popoli pacifici, io penso che ogni persona ha un’educazione, un comportamento, un’indole che si sviluppa autonomamente dal fatto se appartiene a questa o a quella popolazione.

Detto ciò non credo che la violenza, l’indifferenza o gli insulti (tutte cose deprecabili ovviamente) non sono proprio frutto di razzismo, ma al contrario che il razzismo a sua volta sia figlio di qualcos’altro e cioè la paura.

In Italia sembra, negli ultimi anni, che lo sport preferito da molti editori, molti produttori televisivi e molti politici sia vendere la paura.

Certo, perché la paura dell’altro è proprio paradossalmente il miglior collante sociale in un periodo di crisi economica globale nei Paesi e allora non c’è di meglio che diffidare, che guardarsi dal prossimo, vedere nel prossimo un nemico, uno che si deve essere sempre pronti a prevaricare prima che l’altro possa prevaricare su di te e migliore canale di sfogo dell’inquietudine per le condizioni individuali aggravate dalla crisi, dalla tensione qual’ è? Il nemico comune, quello che ai nostri occhi risulta essere un po’ diverso, quello che ci fa sentire più ricchi, più colti e più civili e quindi dobbiamo mobilitarci per difenderci e ridimensionare la loro posizione nella nostra società.

Questa idea non è qualcosa di nuovo ma nella storia dal tempo dell’impero Romano già si conosceva quella che, molto più tardi, nel 1893 il professor Frank Turner definì in quella che fu chiamata la “teoria della frontiera” che, riassunta in brevi termini, consiste nel riconoscere nell’identificazione del nemico comune per un popolo la valvola di sfogo per le tensioni sociali in un Paese dove vi è crisi diventando la paura che si è trasformata in violenza, odio e xenofobia un collante sociale e una spinta economica molto forte.

Così tutti vivono felici e contenti: gli editori vendono, i politici vi costruiscono gli slogan demagogici e le campagne elettorali dalle quali ottengono il consenso.

In uno scenario del genere gli effetti prodotti sono gli interessi che raggiungono i suddetti soggetti ma, particolare trascurabile, distrugge i rapporti interpersonali tra la gente avendo così non una comunità ma un aggregato d’individualità umane. 

Gianfranco Marotta