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Rinnovare o Nucleare?

RINNOVARE O NUCLEARE?

                                                                                                       

Lavorare in tempo reale, per garantire secondo per secondo l’equilibrio tra domanda e produzione e contemporaneamente avere un orizzonte di pianificazione di lunghissimo termine.

Per comprendere il funzionamento e le scelte strategiche nel campo dell’energia, dal nucleare alle rinnovabili, bisogna partire da due considerazioni, ben note agli addetti ai lavori, ma non chiare nel dibattito pubblico. Primo: l’elettricità non si può immagazzinare ma va prodotta istante per istante seguendo con precisione l’andamento della domanda.

Quando torniamo a casa e accendiamo una lampadina, un tecnico di una centrale deve premere leggermente sull’acceleratore per compensare il maggiore assorbimento.

Secondo la domanda di elettricità nell’arco delle 24 ore varia moltissimo. In una tipica giornata feriale di mezza stagione si consuma nelle ore centrali il doppio dell’energia che si consuma di notte.

Partendo da questi dati si può iniziare a capire perché un Paese deve avere un mix di fonti equilibrato fatto di centrali paragonabili a un camion con un grande motore diesel, poco capaci di “accelerare” velocemente ma che producono a costi bassi, e centrali agili e rapide nel seguire la domanda, ma che funzionano per poche ore al giorno con un “carburante” più costoso.

Nella prima categoria ci sono le centrali a carbone e quelle nucleari, che hanno costi di produzione analoghi, mentre nella seconda categoria ci sono essenzialmente quelle a gas e a petrolio.

Discorso a parte per le rinnovabili per le quali esiste un margine di imprevedibilità della produzione.

Oggi la domanda di elettricità in Italia (dati Gse, Gestore servizi energetici 2009) viene coperta dal 43,5% con centrali a gas, per il 13% con impianti a carbone, per il 4,3% con petrolio, per l’1,5% con nucleare (importato), per ben il 15% con rinnovabili e per un altro 15% dall’idroelettrico. Il governo punta ad arrivare nel giro di 20 o 30 anni ad avere il 25% di nucleare, almeno il 25% di rinnovabili e il restante 50% di fonti tradizionali.

Questo vuol dire costruire otto reattori nucleari in tempi relativamente stretti. Le centrali costeranno alle aziende produttrici circa 35-40 miliardi di euro mentre in bolletta finiranno i costi legati al deposito delle scorie e allo smantellamento dei reattori, una volta finita la loro vita utile, circa 60 anni.

E’ il caso di sgombrare il campo da un primo equivoco. Non è vero che non ci siano altri modi per ridurre il costo dell’energia senza il nucleare. C’è infatti il carbone che produce energia altrettanto economica. Ma il vero asso nella manica dell’atomo è il fatto che non emette alcun gas serra, al contrario del carbone.

Messe così le cose non ci sarebbe alcun dubbio: meglio il nucleare. Ma il problema di fondo dell’atomo, allo stato attuale delle tecnologie, è che si tratta di una scelta irreversibile e un modo di produrre energia che richiede un sistema integrato in cui la centrale è solo l’ultimo anello di una catena molto complessa. Forse una centrale in Italia non è come farla negli Stati Uniti o in Francia dove ce ne sono già rispettivamente 107 e 59. In quei Paesi c’è un sistema collaudato di gestione degli impianti, del combustibile e delle scorie.

Criticabile quanto vogliamo ma c’è. Noi invece dobbiamo reinventarci tutto, ricostruire un sistema da zero e tenercelo per almeno 60 anni.

C’è anche un problema di tempi. Il mix 25% nucleare, 25% rinnovabili e 50% fonti tradizionali è sicuramente il più valido. Oggi. Ma la prima centrale nucleare entrerà in funzione, se va bene, nel 2020. L’ultima delle otto intorno al 2030. Da quella data si calcola una vita utile di 60 anni degli impianti. E siamo sicuri che nel 2090, ma anche tra “soli” 40 anni, questo sarà ancora un mix valido?

C’è chi pensa che sarebbe più ragionevole “resistere” ancora qualche anno incentivando economicamente un vero sviluppo di fonti rinnovabili e lavorando sull’efficienza. Sarebbe un processo costoso, ed è vero. Ma sicuramente meno costoso di quanto è stato finora sostenere un sistema a dir poco demenziale di incentivi, il famigerato Cip6, che solo il 2001 e il 2008 intascare 30 miliardi di euro ai produttori di energia dalle cosiddette fonti “assimilabili” alle rinnovabili tra le quali gas, bitumi e scarti di raffineria. Un sistema che è costato agli italiani una media di 2,6 miliardi l’anno in bolletta (il picco nel 2006 con 3,47 miliardi a carico dei consumatori).

In otto anni per acquistare elettricità Cip6 solo 12,2 miliardi sono andate alle vere rinnovabili. Ogni anno abbiamo pagato 2,6 miliardi l’anno per garantire 1,5 miliardi allo sviluppo dell’energia pulita. Un paradosso cui sta cercando di porre rimedio ma è inevitabile pensare: dove saremmo oggi se avessimo speso questo fiume di soldi nell’energia davvero pulita?

Gianfranco Marotta.