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Alla cortese attenzione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Lettera inviata il 14 dicembre 2009 all' Illustrissimo Sig. Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Alla cortese attenzione

del Presidente della Repubblica

Giorgio Napolitano

Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica,

mi chiamo Gianfranco Marotta, ho 29 anni sono nato e vivo a Palermo.

Le scrivo questa lettera certo che avrà la pazienza di leggerla.

Chi le scrive è un giovane consapevole di vivere in un Paese più fortunato, rispetto ad altri Paesi, ma da qualche anno questa mia amata terra è in un momento di crisi che definirlo economico non è corretto, o meglio, è limitativo in quanto è una crisi sociale poiché quella che stiamo vivendo è una crisi dei valori culturali e di valori politici.

Illustrissimo, quello che mi preme manifestarLe non è una lamentela da bar, o un ragionamento antipolitico, perché ritengo che la dialettica politica sia un cardine della democrazia ma tutti, non solo gli intellettuali o i politologi, si sono accorti che in Italia negli ultimi anni si è sviluppata una crisi globale.

Per globale non intendo riferirmi alla crisi economica che ha colpito l’intero Occidente, ma ad una ben più profonda crisi dei valori sociali su cui si è costruita la democrazia della nostra Repubblica e sono riconosciuti da quel tesoro nazionale che è la Costituzione, la stessa per la quale Lei quotidianamente ha dedicato e dedica la Sua attività nel rispetto e nell’applicazione dei principi che essa contiene.

La crisi economica e del lavoro sta creando, nonostante tutto l’ottimismo profuso, una situazione che fa avanzare la soglia di povertà e di stato di bisogno della popolazione.

Gli ultimi dati Istat evidenziano che fino al settembre 2009 è diminuita del 15% la produzione industriale, sono aumentati dello 0,3% i prezzi al consumo è aumentata, è vero, la percentuale di retribuzione media ma è anche vero che in un anno la disoccupazione è arrivata all’8% (l’1% in più rispetto l’ottobre 2008).

Inoltre dal 2003 sulla base del principio liberale relativo alla libertà d’iniziativa economica (principio costituzionale che condivido pienamente) è sempre più aumentato il numero di aziende che dall’Italia delocalizzano reparti o addirittura l’intera propria impresa verso Paesi Europei ed Extra Europei in cui la manodopera ha un costo notevolmente più basso ed in certi casi anche il sistema di tutela del lavoratore, sul piano dei diritti, è molto più debole rispetto a quello vigente in Italia; secondo uno studio fatto da ricercatori universitari in questo modo un’azienda risparmia mediamente il 5% rispetto al salario medio.

Pregiato Signor Presidente pur riconoscendo di avere la fortuna di vivere in una condizione di medio benessere (quella che una volta si chiamava piccola borghesia), non mi sembra né retorico né populista affermare che le vittime maggiori di questo disagio economico sono le famiglie che già prima della crisi globale vivevano in una fascia di reddito bassa e oggi molte di esse versano in condizioni di povertà.

Come possiamo intervenire per superare queste difficoltà economiche?

Come possiamo essere tutelati se chi fornisce occupazione si sottrae usufruendo “legittimamente” di principi e nuove forme di lavoro che o non danno alcuna certezza al lavoratore o lo fanno vivere quotidianamente col timore di perdere il lavoro?

Per non citare i casi in cui l’imprenditore alla continua ricerca di aumentare i profitti economizza sulla manodopera e sulle basilari norme di sicurezza come purtroppo ci dimostra il drammatico caso dell’incidente alla Thyssen Krupp.

Quando giustamente si criticano gli sprechi nelle pubbliche amministrazioni e poi facendo un rapido calcolo ci si accorge degli stipendi molto, molto remunerativi dei dirigenti delle pubbliche amministrazioni, delle consulenze a progetto e degli stipendi mensili dei nostri parlamentari?

Sig. Presidente io non sono d’accordo con quanti tuonano sostenendo che i parlamentari non dovrebbero percepire retribuzione ma, parto dal presupposto che i parlamentari sono dei cittadini che su mandato degli elettori diventano rappresentanti degli interessi nazionali (art. 67 Cost.) ed è giusto che ricevano un’indennità (art.69 Cost.) ma un rappresentante in una Istituzione pubblica penso che, dal punto di vista retributivo, vada equiparato ad un pubblico funzionario e non di certo, soprattutto in questo periodo di crisi, ad un dirigente di azienda privata in quanto la retribuzione, a differenza dei dirigenti d’azienda, deriva dalla spesa pubblica e quindi dalle tasse che tutti i cittadini soggetti a tassazione pagano (o almeno in teoria dovrebbero pagare piuttosto che evadere).

Ovviamente si può obiettare che i parlamentari e i dirigenti di Enti Locali hanno grandi responsabilità, ma tornando ai parlamentari e ricordando il Suo, più volte espresso, appello alla sobrietà mi domando perché la retribuzione media dei nostri parlamentari (includendovi gli incentivi economici a risiedere a Roma e una serie di benefit che penso farebbero sobbalzare sulla sedia i Padri Costituenti) deve essere la più alta d’Europa?

Signor Presidente Lei più volte, anche recentemente, ha chiamato l’attenzione dei politici e dei giovani per trovare un senso di cooperazione per far ripartire l’Italia, ma il problema che si oppone al superamento di questa fase di stallo economico è quello ben più difficile da risolvere e cioè la “crisi socioculturale”, una “crisi dei valori sociali”

La società, oggi, sta dando proprio a quei giovani a cui Lei si rivolge, dei modelli profondamente antisociali e contrari a qualsiasi morale di cooperazione sociale, che sia laica o d’ispirazione confessionale; infatti la fascia degli adolescenti sta crescendo ammirando tutti quei soggetti, politici e privati, che si affermano e migliorano la propria posizione con l’arroganza, con l’egoismo applicando perfino nei rapporti interpersonali il principio del mercato, del “do ut des”, del considerare il prossimo come il mezzo per ottenere un beneficio personale o altrimenti vederlo come un nemico da eliminare.

Quando pubblicamente si diffonde il modello che basta avere le “buone conoscenze nella vita” a discapito del merito e quando ciò viene fatto dalle Pubbliche Amministrazioni che attraverso formule e procedimenti formalmente legali evitano le selezioni e i concorsi pubblici per assumere o dare incarichi lavorativi che risultano spesso essere palesemente a “soddisfazione di una clientela”. Quali saranno gli ideali ed il senso civico e sociale di questi ragazzi se non quello di avere come unico metro d’interesse il proprio portamonete?

Signor Presidente riconosco che queste mie osservazioni forse non dovrei rivolgerle a Lei poiché da sempre è stato guidato da un forte sentimento di “servizio alla società per mezzo delle Istituzioni”, cosa oggi molto rara nell’attuale classe politica, ma proprio per questo motivo confido nella Sua attenzione verso questi problemi sociali .

Mi ferisce il sempre più crescente numero di ragazzi che in particolare al Sud sono stati costretti a lasciare le proprie case e gli affetti per continuare gli studi o cercare altrove le opportunità di lavoro, ma ancor di più colpisce il numero di persone (soprattutto anziani e pensionati) che non potendo acquistare beni di prima necessità, sono costretti a cercare cibo tra gli avanzi ed i rifiuti dei mercati ortofrutticoli.

Per questi motivi, insieme ad altri giovani “più fortunati” stiamo tentando di fondare un’associazione che operi nel sociale per sostenere ed aiutare chi versa in condizioni più disagiate, pur essendo consapevole dei numerosi ostacoli da superare.

Signor Presidente mi scusi se magari il contenuto di questa lettera nell’approssimarsi delle festività Natalizie non è incoraggiante, ma proprio in questo periodo dell’anno in cui, per tradizione, si dice che bisogna esser più buoni Le domando: che società civile troveranno le future generazioni se a partire da oggi l’etica che guida ogni singolo rapporto umano sta diventando “il faut cultiver notre jardin”, dove il “jardin” è il proprio personale guadagno?

Continuando in questo modo non faremo come i nostri Padri che hanno lottato e anche perso la vita per lasciarci una società migliore, ma lasceremo un aggregato d’individui in cui vige la regola: “chi colpisce per primo colpisce due volte” .

Signor Presidente Le invio la presente per evidenziare il disagio e le problematiche nelle quali vivono i miei concittadini e coetanei.

Augurandole Buone Feste Le porgo i miei saluti.


Palermo, 14 dicembre 2009                                                                                                                     Gianfranco Marotta.


(lettera da me inviata il 14 dicembre 2009 mediante (“raccomandata 1 con prova di consegna”) n.052046901433 all’ Illustrissimo Sig. Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.)