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Il Suicidio

 

Il 2013, anno che attualmente si trova a circa la metà del suo decorrere, è un anno che in Italia sarà ricordato per un particolare “fenomeno sociale”.

Quest’anno gli studi medici e sociologici in Italia hanno registrato dei numeri che, se letti insieme, rendono il senso della gravità della situazione in Italia.

L’ ”Osservatorio sulla salute nelle Regioni Italiane”,  in uno studio del 2012,  ha rilevato che negli ultimi anni in Italia vi è stato un costante trend di aumento del 30%  del numero di suicidi partendo dai 3870 dell’anno 2009, anno in cui l’Italia non solo aveva il più basso numero di suicidi in Europa, insieme alla Grecia, ma a differenza della Grecia mostrava dal ’93 una continua diminuzione percentuale del numero di casi.

Dal 2009, invece, seppur il tasso di suicidi si sia mantenuto in una dimensione fisiologica (anche se tale affermazione mette i brividi) per una società  in cui vivono sessanta milioni di persone è aumentato sempre più il numero di suicidi per motivi economici. Dal gennaio 2013 sono stati registrati già 25 suicidi per motivi economici.

I caratteri che accomunano questi casi è proprio la figura del suicida: un piccolo imprenditore, un pensionato, un disoccupato che spesso hanno la responsabilità di dover mantenere economicamente una famiglia.

Questi suicidi spesso sono persone a cui è stata preclusa ogni soluzione ai propri problemi economici a causa di fornitori da dover pagare, debiti da assolvere, finanziamenti privati da non riuscire più ad onorare, tasse e imposte da dover pagare e rifiuto di crediti e finanziamenti da parte degli Istituti bancari.

Questi fattori causali, o concause, si sono sempre più aggravate a partire dal 2009 con la famosa “crisi economica” di cui illustri politici e notisti politici parlano, ma di cui forse non hanno compreso la portata della gravità della soluzione.

Nel 2012 il quotidiano “Il Sole 24 Ore” intitolava a grandi caratteri “Fate presto”. Da allora sono cambiati due governi: uno “tecnico”,  anche se grazie al sistema costituzionale italiano non esiste tale governo in quanto ogni governo ha l’obbligo di ottenere la fiducia in Parlamento e quindi i partiti che ne hanno votato la fiducia, come quelli che si sono opposti, hanno assunto la responsabilità (oneri e onori) di tali scelte sia a favore che contro gli interventi del governo nel piano del lavoro e dell’economia italiana,  anche se oggi viene disconosciuto da tutti e pare che quel governo sia disceso da un altro pianeta e lì vi sia tornato senza aver chiesto il consenso a nessun partito per il proprio operato.

Dopo le elezioni di quest’anno e nelle su citate condizioni del Paese, lo Stato italiano è rimasto per ben due mesi senza un governo eletto dai cittadini perché per due mesi (il famoso “stallo alla messicana”) l’intero Paese è stato in balia dell’egoismo, dei pregiudizi, degli infantilismi (e chiedo scusa ai bambini perché mi rendo conto che in tale modo sto offendendo la loro serietà) delle piccole fazioni dei partiti i quali si sono trincerati, di fatto, dietro a dei veti incrociati e la cosa ancor più tragica (e forse aveva ragione Flaiano quando affermava che “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”) è che si è ripetuta in maniera ridicola in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica,  in cui è stata sottomessa e piegata una procedura democratica fondamentale per il Paese, come la scelta del Capo dello Stato, ad egoistiche lotte intestine tra correnti e gruppetti all’interno dei partiti: in pratica si è distorta l’elezione del Capo dello Stato di un’intera Nazione a congresso di partito.        

Nonostante ciò si è giunti alla formazione del secondo governo. Un governo per il quale data la straordinarietà del momento, anche se a volte ho l’impressione che l’Italia viva un perpetuo stato di “straordinarietà del momento”, ci si è profusi in innumerevoli definizioni: “governo di larghe intese”, “governo di pacificazione”, “governo di salute nazionale”, “governo di scopo”, comunque lo si definisca è un governo in cui nessuna forza politica dati i numeri prodotti da questa legge elettorale (legge della quale, noto con piacere, che recentemente la Cassazione dopo sette anni si sia accorta di una possibile incostituzionalità inviandone l’esame alla Corte Costituzionale … mi domando: esimi Dottori, egregi Magistrati della Corte, ci volevano sette anni e tre elezioni perché ve ne accorgeste? In ogni caso meglio tardi che mai) può governare se tutte le forze politiche, seriamente, non mettano da parte i loro pregiudizi, i loro interessi particolari a favore dell’interesse generale del Paese attraverso la realizzazione di un paio d’interventi decisivi che incentivino l’occupazione, che sblocchino il sistema creditizio da parte delle banche, che alleggeriscano la pressione fiscale e che permettano la realizzazione della dignità della persona attraverso il lavoro, un riconoscimento economico dignitoso e la possibilità di vivere in una casa.

In questo scenario di ristrettezze economiche e di sacrifici chieste agli italiani per riparare gli errori e la gestione diciamo disinvolta e spensierata della spesa pubblica negli anni passati (sacrifici che in particolare stanno affrontando i pensionati ed i giovani a cui sono precluse le assunzioni nel mondo del lavoro) vi è in prospettiva l’arrivo di una nuova imposizione, una “tassa silenziosa” che in realtà colpirà tutti: l’aumento dell’Iva dal 21 al 22%.

In fondo un punto in percentuale appare come un’inezia, e l’Iva è un’imposta che possono pagare tutti e non gravare esclusivamente su una particolare fascia di contribuenti quindi secondo alcuni Professori di economia è una buona imposta.

Il problema, però pensandoci bene, è che l’Iva è un’imposta che pagano tutti e ciò è equo, ma assume una dinamica micidiale se ad essa, cosa che naturalmente succede, va collegata l’effetto domino che produce l’Iva a fronte di un blocco dei salari visto il costo del lavoro. Ciò significa che dal momento che la pagano tutti, tutti ne diventano contribuenti, ma dal momento che produce un effetto valanga sui costi della produzione se da un lato è vero che il produttore se la “scarica” con la dichiarazione del reddito è anche vero che sul momento la paga e poiché siamo tutti “consumatori” a questo va affiancata l’Iva che si paga sugli acquisti in proprio (per motivi privati extra lavoro) che in quanto consumatore finale non può “scaricarsi” col sistema fiscale.

Significa che: aumentando l’Iva e aumentando i salari si genera il ciclo inflazionistico, mentre se si aumenta l’Iva e si mantengono i salari non solo si genera l’inflazione ma si genera anche la recessione produttiva in quanto chi produce non solo lo deve fare affrontando dei costi di lavoro e produzione (materia prima, fornitori, retribuzioni, etc..) più alti ma anche con minori entrate e minori guadagni perché s’inibisce la propensione al consumo, in quanto chi acquista,  acquista meno dato l’aumento dei prezzi prodotto dall’aumento dell’Iva. A testimonianza di ciò uno studio di Confcommercio (la quale penso debba avere la sincerità di riconoscere che molti suoi iscritti commercianti hanno abusato al momento del cambio lira-euro innescando una crescita improvvisa dei prezzi che nel giro di due - tre anni ha notevolmente aumentato il costo della vita in Italia) ha dimostrato che con l’aumento dell’Iva si prevede la chiusura in Italia di circa 26 mila esercizi.

Queste osservazioni possono apparire polemiche e non attinenti con il problema del suicidio in Italia, ma in realtà per molti casi non è così. Infatti, come scritto in precedenza, è dimostrata una stretta relazione con l’aumento di suicidi e la crisi economica dal momento che dal gennaio 2012 al maggio 2013 sono stati registrati in Italia 153 suicidi per motivi economici (una media di 9 al mese) di cui 40% al Nord (non risparmiando neanche quello che una volta era considerato il motore industriale d’Italia, Lombardia e Veneto) e 34% al Sud.

Ad accompagnare questo drammatico fenomeno un altro dato rilevato sempre dall’ ”Osservatorio sulla salute delle Regioni Italiane” e riconosciuto dal Sistema Sanitario Nazionale è l’aumento dei casi patologici di depressione e del consumo ed uso di farmaci antidepressivi in Italia.

Il fenomeno sociale dei suicidi in Italia per motivi economici è un fatto che, e sinceramente non riesco a trovarne il motivo, che (ad eccezione di alcuni giornali e siti d’informazione) viene quasi totalmente dimenticato dai grandi mezzi d’informazione e di comunicazione di massa e ciò è stato chiaramente dimostrato da un’affermazione pronunciata pubblicamente in seguito al suicidio di un’intera famiglia (due coniugi e un fratello) avvenuto ad aprile a Civitanova Marche. In quell’occasione il Presidente della Camera dei Deputati Boldrini ha detto: “Non immaginavo che in Italia oggi ci fosse tanta povertà”. Naturalmente nessuno mette in dubbio la sincera buona fede del Presidente Boldrini e nessuno mette in dubbio i suoi numerosi meriti di una vita spesa per l’impegno a favore degli emigranti e dei disagiati, ma questa frase fotografa perfettamente  la situazione attuale del Paese: una classe politico-amministrativa dirigente che dovrebbe guidare il Paese fuori dai numerosi problemi sociali ed economici che l’affliggono ma che “tragicamente”  non ha idea della realtà della situazione italiana e quando la politica perde il contatto con la realtà perde totalmente la sua funzione che è proprio di servizio alla comunità, la polis appunto, diventando una dimensione inutile che perde la legittimità e il riconoscimento da parte dei cittadini che cominciano a  sviluppare una visione selvaggia della società in cui l’unica regola che vale è che “vince il più forte” dando sfogo all’arroganza, all’egoismo, al perseguimento degli interessi personali anche a discapito e prevalendo con violenza sulle altre persone che sono visti come ostacoli.

Sul suicidio sono stati versati fiumi d’inchiostro da parte di filosofi, scrittori e poeti e personalmente preferisco non esprimere alcun giudizio di tipo etico o morale né positivo né negativo su una tale decisione nella vita dell’uomo e sui motivi individuali che spingono la persona ad una tale drammatica scelta ma desidero ricordare a tutti, ed in particolare alla classe politica locale e nazionale, un ragionamento proposto da Jean Jacques Rousseau: “se in un piccolo paese una madre dopo aver provato mille espedienti non riesce comunque a mantenere e custodire il proprio figlio e decide di ucciderlo i responsabili di questo gesto sono due: la madre e la comunità che ha  permesso a quella madre di trovarsi e rimanere in quella situazione ed a prendere quella decisione”. La prossima volta che la cronaca ci parlerà di un nuovo suicidio per disperazione economica pensiamo a ciò e non limitiamoci soltanto ad “aggiornare il conteggio”.

 

Palermo 21-05-13                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Gianfranco Marotta