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La Politica

IL NOSTRO PRESENTE


MATTEO RENZI


 renzi   Matteo Renzi nasce a Firenze l’11 gennaio 1975 e vive la sua infanzia ed adolescenza a Rignano sull’Arno (FI). Durante l’infanzia inizia il suo impegno in qualità di scout AGESCI.

Nel 1993 consegue il diploma presso il liceo classico “Dante Alighieri” di Firenze. Nel 1996 completa l’intero percorso degli scout AGESCI (lupetto, esperto-guida, rover) e inizia la collaborazione alla direzione della rivista nazionale “Camminiamo insieme” che continuerà fino al 2004. Nel 1996, inoltre,  s’iscrive al Partito Popolare Italiano e nel 1999 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Firenze.

Lo stesso anno viene eletto segretario provinciale del PPI e più tardi, con la nascita de “La Margherita – DL”, nel 2001 viene eletto coordinatore cittadino e nel 2003 segretario provinciale del partito.

Renzi assume la qualifica di dirigente presso l’azienda di famiglia “CHIL S.R.L.”, lavoro che manterrà fino al 2014; la società  si occupa di fornire servizi di marketing e distribuzione di stampa e campagne pubblicitarie.

Renzi nel 2004, sostenuto da una coalizione di centro-sinistra, viene eletto presidente della provincia di Firenze con il 58,8 % dei voti validi espressi.

Nel 2009 Renzi viene eletto, dopo il turno di ballottaggio, sindaco della città di Firenze.

L’amministrazione Renzi delibera un nuovo Piano Edilizio Strutturale a Volumi Zero ( non si può costruire superando le cubature degli immobili già esistenti) ed un Piano traffico urbanistico che prevede le ZTL ad esclusivo accesso a veicoli elettrici e nuove zone pedonali.

Il 29 agosto del 2010 Renzi, insieme ad altri giovani esponenti del Partito Democratico (Civati, Serracchiani ed altri) organizza a Firenze la convention nazionale “Prossima fermata: Italia”.

Quest’incontro, a cui partecipano 6800 persone, si conclude con la stesura della “Carta di Firenze” che vuole essere la base ideologica per un programma politico di rinnovamento e riforme istituzionali.

Il successo e la risonanza mediatica avuta dalla convention porterà Renzi ad organizzarne, sempre a Firenze, altre due edizioni: “Big Bang” nell’ottobre 2011 e “Italia Obiettivo Comune” nel giugno del 2012.

Il susseguirsi delle tre assemblee vede un costante aumento di adesioni da parte politici del PD ed esponenti della società civile al movimento politico all’interno del PD definito“rottamatore” o “renziano”.

Nel 2012, in occasione delle elezioni politiche del 2013, Renzi si candida alle primarie del centro-sinistra ed al ballottaggio viene sconfitto da Pier Luigi Bersani che sarà il candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri della coalizione di centro-sinistra “Italia. Bene comune” (PD, SEL, CD, SVP e Il Megafono). Nel febbraio del 2013 la coalizione di centro-sinistra vince le elezioni ma Bersani, non ottenendo la fiducia dal Parlamento, rimette l’incarico al Presidente della Repubblica il quale da l’incarico ad Enrico Letta. Il governo Letta (PD, NCD, SC, UDC) ottiene il voto di fiducia del Parlamento.

L’8 dicembre 2013 Renzi è candidato alla segreteria nazionale del PD, avendo come concorrenti Giovanni Cuperlo e Giuseppe Civati ed è eletto segretario nazionale con il 67,55% dei voti validi espressi.

Dopo circa un mese dalla sua elezione a segretario Renzi critica pubblicamente l’operato del governo Letta accusandolo d’immobilismo ed inattività, dopo quasi un anno di mandato, rispetto i problemi sociali e per tali motivi il 13 febbraio 2014  Renzi propone alla Direzione Nazionale del PD di revocare la fiducia al governo Letta e di sostenere la sua designazione come Presidente del Consiglio. La Direzione approva e l’indomani Letta si dimette da Presidente del Consiglio.

Il 25 febbraio 2014 il governo Renzi (PD, NCD, SC, UDC) ottiene la fiducia da Parte del Parlamento.

Il 25 maggio 2014, in occasione delle elezioni per il Parlamento Europeo, il PD sotto la segreteria Renzi ottiene il 40,81% dei voti validi espressi ed elegge trentuno deputati sui settantatre dell’intera delegazione italiana. Tale percentuale di voti non veniva espressa in Italia un’elezione nazionale dalle elezioni politiche del 1958 (DC di Fanfani, 42,35%).

 



PIER FERDINANDO CASINI

 


pier ferdinando casini

Pier Ferdinando Casini nasce a Bologna il 3 dicembre 1955 e nel 1979 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna.

Dopo essere diventato dirigente in un’azienda, Casini nel 1980 viene eletto Consigliere comunale di Bologna per la Democrazia Cristiana.

Nel 1983 viene eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati per la D.C. e diventa Presidente dei Giovani Democratici Cristiani (organizzazione giovanile della D.C.).

Nel 1987 Casini viene rieletto deputato e nel 1989, quando Forlani diventa segretario della D.C., entra nel Direttivo Nazionale della D.C.

Nel 1992 è eletto deputato. L’anno successivo, sotto la segreteria di Martinazzoli, la D.C. dopo 51 anni si scioglie dividendosi in due partiti: il Partito Popolare Italiano che, in seguito alla scissione dei Cristiani Democratici Uniti di Buttiglione, si sposterà al centro-sinistra ed il Centro Cristiano Democratico fondato da Casini e Mastella che progetta un’alleanza di centro-destra con la Lega Nord, la nascente Forza Italia e l’M.S.I.-D.N.

Alle elezioni politiche del 1994 Casini ed il C.C.D. si alleano col Polo del Buon Governo per sostenere il candidato alla Presidenza del Consiglio Berlusconi.

Casini con il C.C.D. entra nella maggioranza e ottiene per il Partito due ministeri.

Nello stesso anno Casini alle elezioni per il Parlamento Europeo viene eletto deputato nel gruppo del Partito Popolare Europeo.

Nel 1996 Casini si allea con il C.D.U. e candida il C.C.D-C.D.U. nella coalizione di centro-destra a sostegno di Berlusconi ma, questa volta, il Polo delle Libertà non vince sul centro-sinistra.

Nel 1999 Casini viene rieletto al Parlamento Europeo.

Alle elezioni del 2001, alleandosi con F.I-A.N.-Lega Nord nella Casa delle libertà, ottiene la maggioranza e Casini viene nominato Presidente della Camera dei Deputati.

Nel 2002 Casini e Buttiglione fondono i loro due partiti facendo nascere così l’Unione di Centro (U.D.C.), partito del quale Buttiglione diventa Presidente.

Casini durante la legislatura 2001-2007 oltre ad essere Presidente della Camera ottiene per il C.C.D.-C.D.U. (poi U.D.C.) quattro ministeri.

Nel 2006 Casini viene eletto Presidente dell’Internazionale Democristiana, l’associazione internazionale di tutti i partiti di centro.

Alle elezioni politiche del 2006 con l’U.D.C. Casini continua la sua alleanza nel Polo, diventata Casa delle Libertà, ma insieme ai partiti della coalizione è eletto all’opposizione.

L’ultimo anno di opposizione al governo Prodi comincia a segnare la distanza tra UDC e la Casa delle Libertà fino allo strappo definitivo quando, Casini, rifiuta di far confluire l’UDC nel Popolo della Libertà di Berlusconi.

Alle elezioni politiche del 2008 Casini si candida autonomamente con l’UDC. alla Presidenza del Consiglio ma, non ottenendo la maggioranza dei voti (maggioranza che ha la Casa delle Libertà), va all’opposizione.

Nel 2011, dopo le dimissioni di Berlusconi, Casini sostiene il governo presieduto dal senatore a vita Mario Monti ed in occasione delle elezioni politiche del 25 febbraio 2013 costituisce una coalizione politica con FLI di Fini e Scelta Civica dello stesso Monti.

Alle elezioni politiche del 2013 Casini viene eletto senatore e con l’UDC vota la fiducia al governo Letta, al quale partecipa con un ministro.

Nell’ottobre 2013 sia per la minoranza degli esponenti UDC in Scelta Civica, che per divergenze con lo stesso Monti, Casini e i deputati UDC lasciano Scelta Civica ed a novembre costituiscono con altri fuoriusciti da Scelta Civica il gruppo UDC-Popolari per l’Italia.

Casini il 25 febbraio 2014 con UDC-Popolari per l’Italia, vota la fiducia al governo Renzi e l’UDC partecipa al governo con un ministro.

In occasione delle elezioni europee del 25 maggio Casini aderisce ad una lista unica NCD-UDC-Popolari per l’Italia che ottiene il 4,38% dei voti validi espressi eleggendo tre deputati sui settantatre per la delegazione italiana al Parlamento europeo, dei quali due per NCD e uno per l’ UDC-Popolari per l’Italia.



ANGELINO ALFANO

 

alfano Angelino Alfano nasce ad Agrigento il 31 ottobre 1970 e nel 1988 si diploma presso il liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Agrigento e successivamente si laurea in Giurisprudenza presso l’Università del Sacro Cuore di Milano.

Terminati gli studi Alfano, che aveva aderito alla DC, comincia ad esercitare la professione di avvocato e viene eletto segretario provinciale di Agrigento del Movimento Giovanile DC.

Nel 1994, successivamente alla trasformazione della DC in Partito Popolare Italiano, Alfano lascia la DC e aderisce al nuovo partito che si costituisce quell’anno: Forza Italia.

Alfano nel 1996 è eletto deputato regionale in Forza Italia presso l’Assemblea Regionale Siciliana e nel 2001, in occasione delle elezioni politiche,viene eletto per la prima volta deputato alla Camera dei Deputati in Forza Italia.

Nel 2005 Alfano è nominato coordinatore regionale di FI e l’anno successivo rieletto alla Camera dei Deputati.

Nel 2008 Alfano viene rieletto deputato alla Camera dei Deputati e l’8 maggio 2008 è nominato Ministro della Giustizia del quarto governo Berlusconi (FI, LN, MPA, Coesione Nazionale, Popolo e Territorio).

Nel 2009 Forza Italia si fonde con Alleanza Nazionale ed altri partiti politici e nasce “Popolo della Libertà” (PDL) ed Alfano confluisce anch’egli nel PDL.

Il 1 luglio 2011 Alfano viene eletto segretario nazionale del PDL ed il giorno 27 dello stesso mese si dimette dall’incarico di Ministro della Giustizia.

Il 12 novembre 2011, a causa della situazione economica del Paese e delle continue pressioni da parte degli organi istituzionali dell’Unione Europea, Berlusconi si dimette da Presidente del Consiglio dei Ministri e il Presidente della Repubblica Napolitano dà incarico di governo al senatore a vita Mario Monti il quale, il 18 novembre 2011, ottiene la fiducia dal Parlamento dando vita al governo Monti (PDL, PD, UDC, FLI).

Il 6 dicembre 2012 Alfano, da segretario del PDL, annuncia alla Camera dei Deputati che il PDL non sostiene più il governo Monti e il 21 dicembre Monti si dimette da Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il 25 febbraio 2013, alle elezioni politiche, Alfano è eletto, per il PDL,  per la quarta volta alla Camera dei Deputati ed il 28 aprile viene nominato Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio dei Ministri del governo Letta (PD, PDL, SC, UDC).

In occasione del voto sulla decadenza da senatore di Berlusconi per motivi giudiziari Alfano, insieme ad altri quattro ministri del PDL, presenta le proprie dimissioni da ministro ma Letta li respinge. Successivamente al voto confermativo sulla decadenza Berlusconi ed i dirigenti del PDL decidono di ritirare i ministri PDL dal governo, sostenere più il governo Letta e ricostituire il partito Forza Italia.

Alfano, affermando la necessità di una continuità d’interventi governativi per il Paese, contesta la decisione della Direzione del PDL e non solo non si dimette ma, insieme agli altri quattro ministri e altri deputati e senatori, non aderisce a Forza Italia e nel novembre 2013 fonda il partito “Nuovo Centrodestra” (NCD).

Il 17 febbraio 2014, in seguito al dissenso espresso dal segretario Renzi e dalla Direzione del PD nei confronti del governo Letta, Letta si dimette da Presidente del Consiglio dei Ministri e il Presidente della Repubblica dà incarico di formare il governo a Matteo Renzi che ottiene la fiducia del Parlamento.

Il 22 febbraio 2014 Alfano viene nominato Ministro dell’Interno del governo Renzi (PD, SC, Per l’Italia), il 13 aprile viene eletto presidente di NCD ed alle elezioni europee del 25 maggio dello stesso anno Nuovo Centrodestra, che aveva creato una lista unica con l’UDC, ottiene il 4,38% di voti validi espressi eleggendo così tre deputati per la delegazione italiana al Parlamento Europeo.



GIANFRANCO FINI

 

gianfranco finiGianfranco Fini nasce a Bologna il 3 gennaio 1952.

Nel 1969 aderisce all’organizzazione giovanile dell’M.S.I. “Giovane Italia”.

Nel 1971 Fini si diploma all’Istituto Magistrale “Laura Bassi” di Bologna e dopo il diploma si trasferisce a Roma, dove s’iscrive al M.S.I. e alla Facoltà di Pedagogia a “La Sapienza”.

Nel 1975 Fini si Laurea in Pedagogia e l’anno successivo si candida alle elezioni per la Provincia di Roma nel M.S.I.-D.N. senza però essere eletto.

Nel 1976 assolve gli obblighi di leva e nel 1977 Almirante lo nomina segretario nazionale del Fronte della Gioventù, incarico che gli sarà riconfermato fino al 1987.

Nel 1977 Fini diventa giornalista del quotidiano di partito “Secolo d’Italia”.

Nel 1983 viene eletto alla Camera dei Deputati per il M.S.I.-D.N.

Nel 1987 Fini viene eletto di nuovo alla Camera e a dicembre segretario nazionale del M.S.I.-D.N.

Nel 1990, dopo una serie di sconfitte elettorali, Fini si dimette da segretario. Da deputato, insieme a Le Pen, ottiene da Saddam Hussein la liberazione di 85 ostaggi occidentali tra cui 14 italiani.

Nel 1991 Fini viene rinominato segretario nazionale M.S.I.-D.N. e nel 1992 avvia una “campagna di denuncia al regime partitocratico” che, in quell’anno, lo portano ad essere eletto deputato.

Nel 1993 Fini si candida come sindaco di Roma ma viene sconfitto da Francesco Rutelli.

Nel 1994, alle elezioni politiche, Fini si allea con Forza Italia, Lega Nord e C.C.D. nel “Polo del Buon Governo” a sostegno di Berlusconi.

Il Polo del Buon Governo ottiene la maggioranza dei seggi e Fini ha 5 ministri del M.S.I-D.N.

Per la prima volta l’ M.S.I.-D.N. dopo 47 anni fa parte del governo nazionale.

Il governo Berlusconi, però, dura poco e nel ’95, in seguito al ritiro dei ministri della Lega Nord, il governo perde la fiducia del Parlamento.

In quei giorni Fini organizza il Congresso di Fiuggi con il quale si scioglie l’ M.S.I.-D.N. e nasce Alleanza Nazionale.

Questa è stata definita la “svolta di Fiuggi”, infatti non è solo il cambiamento di un nome ma di una linea politica. A.N. è un partito di destra, liberale e aperto alla collaborazione con gli USA.

Nel 1996 Fini, nel Polo delle Libertà, ottiene il 15,7% dei voti (massimo storico del Partito), ma il Polo non ha la maggioranza dei seggi.

Nel 2001 Fini con la Casa delle Libertà vince le elezioni e nel secondo governo Berlusconi diventa vicepresidente del Consiglio e poi Ministro degli Esteri.

Durante il mandato ministeriale, nel 2003, al Museo dell’Olocausto di Gerusalemme condanna pubblicamente il fascismo ed il nazismo definendoli “mali assoluti”.

Nel 2006 viene eletto deputato ma si trova all’opposizione.

Nel 2008, con Berlusconi, Fini crea un’unica lista tra F.I. e A.N. chiamata Popolo della Libertà.

La coalizione di centro-destra vince le elezioni e Fini diventa Presidente della Camera dei Deputati.
Il 23 marzo 2009 Fini, con la direzione nazionale di A.N., scioglie il Partito e confluisce, insieme a F.I. ed altri, nel partito del “Popolo della Libertà” che aderisce al Partito Popolare Europeo.

Nel settembre del 2010, dopo una primavera ed un'estate di contiuni frizioni e dissidui tra Fini e Berlusconi sulle scelte politiche da parte della dirigenza PDL sulla agenda dei lavori del governo, Fini lascia il Popolo della Libertà e insieme ad alcuni deputati e senatori del PDL costituisce una nuova formazione politica che nel gennaio 2011 diventa il partito di centro-destra FLI, Futuro e Libertà per l'Italia; 

FLI lascia la maggioraza di governo e si sposta in opposizione al governo Berlusconi.7

 

 



 

STATISTI E POLITICI

FILIPPO TURATI

Filippo TuratiFilippo Turati nasce a Canzo (CO) il 26 novembre 1857. Laureatosi in Giurisprudenza, nel 1886 sostiene a Milano il Partito Operaio Italiano e dal 1891 dirige la rivista “Critica Sociale” e poi fino al 1926 collabora alla direzione del periodico socialista toscano “La Martinella”.

Nel 1892 con il “Congresso di Genova” insieme alla compagna di vita Anna Kuliscioff ed esponenti di movimenti socialisti, come Andrea Costa, fonda il Partito dei Lavoratori Italiani che nel 1895 diventa il Partito Socialista Italiano.

Il Partito dei Lavoratori nasce con l’intento di voler portare le richieste e le attività dei vari sindacati dei lavoratori nelle sedi istituzionali e politiche (ovvero in Parlamento).

Turati, considerandosi un marxista non dogmatico, preferisce proporre in Parlamento un “programma minimo” cioè portare avanti le istanze dei lavoratori, ma mediando con gli ambienti vicino al capitalismo riprovando le posizioni anarchiche e rivoluzionarie e per questo nel 1903 appoggia il governo del Giolitti che dà il via ad una serie di riforme sociali (nazionalizzazione delle ferrovie, norme a tutela del lavoro, norme sulla vecchiaia, sull’invalidità, etc…).

Nel 1911 Turati si oppone alla decisione di Giolitti di occupare la Libia e allo stesso modo nel 1915 si oppone alla decisione del governo Salandra d’intervenire nella Prima Guerra mondiale (cosa che porta alla scissione nel P.S.I. di una parte di socialisti interventisti tra cui Benito Mussolini che fondano il Partito Socialista Riformista Italiano).

Nel 1917, però, Turati dopo la disfatta di Caporetto è tra coloro i quali incitano gli Italiani al partecipare alla guerra per difendere l’Italia da una possibile invasione Austriaca.

Nell’ottobre del 1921 con il “Congresso di Livorno” viene eletto segretario Serrati e l’ala dei riformisti di Turati viene messa in minoranza e la corrente dei comunisti guidata da Gramsci lascia il P.S.I. e fonda il Partito dei Comunisti d’Italia.

Turati, facendo gli auguri al nuovo partito, ricorda che l’unico punto possibile d’arrivo per rendere possibili le conquiste sociali da parte dei soggetti più deboli, in Italia, è e sarà soltanto il riformismo sociale (non rivoluzione ma evoluzione sociale).

Nel 1922 Turati viene espulso dal P.S.I. e fonda il Partito Socialista Unitario.

Nel 1926, in seguito all’omicidio Matteotti, Turati lascia l’Italia e si trasferisce prima in Corsica e poi va a vivere in Francia.

Nel 1930 in Francia collabora con Nenni per unificare il P.S.I. ed il 29 marzo del 1932 muore a Parigi all’età di 74 anni.



LUIGI STURZO


Luigi Sturzo

Luigi Sturzo nasce a Caltagirone (CT) il 26 novembre 1871.

Nel 1894 è ordinato sacerdote e nel 1896 si laurea in Teologia all’Università Gregoriana di Roma.

Nel 1905 viene eletto pro-sindaco di Caltagirone e lo sarà fino al 1920.

Nel 1919 Don Sturzo si rende conto, anche per la sua esperienza nell’amministrare la città di Caltagirone, che a causa del “non expedit” di Pio IX si rischiava di perdere la rappresentanza degli interessi dei cattolici nelle decisioni politiche. Allora, insieme a Giovanni Bertini, Remo Vigorelli, Angelo Mauri, Angelo Longinotti e Giulio Rodinò, decide di fondare un movimento di cattolici che, rispondendo all’appello “a tutti gli uomini liberi e forti”, s’interessino di politica per risolvere i problemi sociali secondo l’ottica evangelica e della dottrina sociale della Chiesa.

Questo movimento è il Partito Popolare Italiano che già alle elezioni politiche del 1919 ottiene 100 seggi alla Camera dei Deputati.

La particolarità del P.P.I è che, pur essendo fondato da un sacerdote, si dichiara aconfessionale, la dirigenza e le candidature sono scelte esclusivamente tra i cattolici secolari (cioè gente comune non appartenente al clero). Inoltre lo stesso Sturzo, nel momento di dare un nome al Partito, si oppone all’idea di chiamarlo “cattolico” e non si candida mai alle elezioni.

Sturzo crea una nuova posizione politica, quella del “moderatismo popolare” o popolarismo, che si presenta come alternativa al liberalismo e al socialismo.

Proprio perché né socialista né liberale già all’interno del P.P.I. si costituiscono tre correnti: quella liberale-conservatrice di Santucci, quella democratico- sociale di De Gasperi, quella sindacale di Grandi. Sturzo riesce a mediare tra queste tre correnti.

Nel 1922 Mussolini ottiene il suo primo mandato di governo che viene formato anche con dei ministri del Partito Popolare.

Nel 1923 cominciano le prese di distanza, sempre più nette, da parte di don Sturzo nei confronti di Mussolini, tanto che lo stesso Mussolini lo definisce un “sinistro prete”. Contrario alla “legge Acerbo” don Sturzo decide di far ritirare i ministri Popolari, facendo così cadere il primo governo Mussolini.

Nel 1924, dopo aver perso molti seggi alle elezioni politiche e dopo gli omicidi di don Minzoni e del deputato Giacomo Matteotti ed in seguito ad una scissione nel Partito da parte di una corrente a sostegno del fascismo, don Sturzo decide di lasciare l’Italia per vivere a Londra (vi abiterà fino al 1933 quando si trasferirà a New York) e nel 1925 di dimettersi da Segretario nazionale del P.P.I.

Nel 1937, dopo vari scritti, pubblica il libro “Chiesa e Stato” che ha molto successo.

Nel 1945 don Sturzo torna in Italia e partecipa alla definitiva costituzione della Democrazia Cristiana favorendo la scelta, come segretario, di De Gasperi.

Nel 1952, dopo aver ricevuto il permesso da Pio XII, accetta la nomina da parte del presidente Einaudi di Senatore a vita.

Don Luigi Sturzo muore a Roma l’8 agosto 1959 all’età di 88 anni.



GAETANO SALVEMINI


Gaetano Salvemini

Gaetano Salvemini nasce a Molfetta (BA) l’8 settembre 1873.
Nel 1896 si laurea in lettere presso l’Università di Firenze e nel 1897 aderisce al Partito Socialista e collabora con la “Critica sociale”.
Salvemini, nei suoi articoli propone di estendere il voto alle donne, una cooperazione del movimento socialista che unisca gli operai del nord con i contadini del sud e l’abolizione del latifondo.
Nel 1901 ottiene la cattedra di Storia moderna nell’Università di Messina.
Successivamente insegnerà all’Università di Pisa e dal 1916 al 1925 in quella di Firenze.
Nel 1910 pubblica il libro “Il ministro della malavita”.
Il libro è una dura accusa nei confronti di Giovanni Giolitti il quale, secondo Salvemini, ha avuto delle responsabilità sia nello “scandalo della Banca Romana” sia nell’aver dimenticato totalmente il sud d’Italia dopo che, in campagna elettorale, aveva garantito le riforme per il Mezzogiorno.
Nello stesso anno entra in contrasto con la direzione nazionale del P.S.I.
Infatti Salvemini spinge il Partito a radicalizzare la presenza nel territorio in modo equilibrato, cioè: né farsi contagiare dalla corrente rivoluzionaria (che altrimenti avrebbe portato alla guerra civile e allo statalismo), ma neanche farsi assorbire dal pantano dello “statalismo burocratico” (che avrebbe ridotto il partito ad una oligarchia autoreferenziale perdendo il contatto con la società).
Nel 1911 Salvemini, in seguito alle correnti interne avverse al suo “riformismo liberal-socialista” ed in seguito ad una manifestazione non organizzata dal P.S.I contro la guerra in Libia, lascia il Partito Socialista Italiano.
Nel 1914 si esprime a favore dell’intervento dell’Italia nella Prima Guerra mondiale ma, al termine della guerra colpito dalla ferocia e dalla miseria che aveva portato e da come non era riuscita a stabilire un equilibrio tra Stati, Salvemini cambia totalmente idea e afferma il bisogno di stabilire una cooperazione pacifica tra popoli.
Nel 1919 viene eletto deputato col partito “Rinnovamento”.
Subito si schiera contro il governo Mussolini, contro il fascismo e nel 1925 critica anche la scelta dei deputati “aventiniani”.
Nel 1925 Salvemini a Firenze fonda il giornale “Non Mollare” e il Circolo di Studi Sociali.
L’8 giugno 1925 viene arrestato a Roma e soppresso il Circolo di Studi Sociali, ma ad agosto, usufruendo di un’amnistia, viene rilasciato e si trasferisce a Parigi.
Nel novembre del 1929 fonda, con i fratelli Rosselli, “Giustizia e Libertà” proponendo una terza via al capitalismo e al socialismo: un riformismo liberal-socialista
Nel 1934 si trasferisce ad Harvard dove insegna Storia Civile Italiana all’Università.
Nel 1947 Salvemini torna in Italia ed insegna all’Università di Firenze.
Negli anni ’50 critica molte scelte dei governi monocolore e in particolare chiede di abrogare il Concordato (1929) e s’impegna nella difesa della scuola pubblica.
Gaetano Salvemini muore a Sorrento (NA) il 6 settembre 1957 all’età di 83 anni.



ALCIDE DE GASPERI

 

Alcide De Gasperi Alcide De Gasperi nasce a Pieve Tesino (TN) il 3 aprile 1881.

Nel 1905 si laurea in lettere e filosofia presso l’Università di Vienna e nello stesso anno quando torna a Trento fonda il Partito Popolare Trentino, d’ispirazione popolare.

Nel 1911 viene eletto come rappresentante degli italiani del Trentino e del Friuli alla Camera dei Deputati dell’Impero Austro-ungarico.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale De Gasperi si schiera dalla parte dei non interventisti perché, con il Trattato della Triplice Alleanza, l’Austria (in caso di non aggressione da parte dell’Italia) si era impegnata alla restituzione del Trentino all’Italia e questo era l’obiettivo politico che De Gasperi si era prefissato.

Durante la Prima Guerra mondiale De Gasperi ottiene l’incarico di Delegato del Segretariato per i profughi nell’Alta Austria e Boemia Occidentale garantendo ad essi il rispetto nei trattamenti.

Alla fine della Prima Guerra, in seguito alla restituzione del Trentino all’Italia, De Gasperi lascia il Parlamento austriaco e nel 1919 aderisce al Partito Popolare Italiano.

Nel 1921 viene eletto, per la prima volta, alla Camera dei Deputati del Regno d’Italia e appoggia la presenza dei ministri popolari nel primo governo Mussolini e condivide anche la “legge Acerbo”.

Nel 1926, con l’introduzione delle “leggi fascistissime”, De Gasperi condanna il regime fascista e per questo nel 1927 viene arrestato e condannato a quattro anni di carcere.

Scarcerato prima della scadenza della detenzione nel 1928, l’anno successivo ottiene il posto di bibliotecario presso la Biblioteca Vaticana.

Nel 1942 De Gasperi con l’interessamento dagli USA di don Sturzo e con Piero Malvestiti, Mario Scelba, Giovanni Gronchi, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti e Giuseppe Alessi fonda, clandestinamente, la Democrazia Cristiana.

La D. C. è un partito che s’ispira al popolarismo sturziano ed ha in sé differenti correnti: la “neoguelfa conservatrice” di Malvestiti, la “liberale democratica” (che sarà chiamata dorotea) di Andreotti, la “liberale decentratrice” (o autonomista) di Alessi, e la “cristiano sociale” ( dossettiana o morotea) di Dossetti, Fanfani e Moro.

Nel 1943 come segretario nazionale D.C. fa parte del direttivo nazionale del CLN e nel giugno del 1944 diventa Ministro degli Esteri del provvisorio governo Bonomi.

Nel giugno del 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente e partecipa alla Conferenza di Pace di Parigi nella quale contesta le sanzioni economiche imposte all’Italia e riesce nel 1947 a instaurare un’intesa con gli USA che permette, anche in Italia, la realizzazione del “Piano Marshall”.

Alle elezioni del ’48 De Gasperi guida la D.C. al 48% dei voti superando il Fronte Popolare e viene nominato Presidente del Consiglio dei Ministri.

Nel 1951, per rilanciare l’economia del Paese, De Gasperi fa aderire l’Italia alla C.E.C.A.

Nel 1953 dopo la riforma elettorale, chiamata da alcuni “legge truffa”, alle elezioni la D.C. vince ma non ottiene il “premio di maggioranza”. De Gasperi diventa Presidente del Consiglio ma dopo pochi mesi è costretto a dimettersi e formare un nuovo governo che non ottiene la fiducia.

De Gasperi, allora, decide di dedicarsi esclusivamente al Partito fino al 19 agosto 1954 quando a Borgo Valsugana (TN) muore all’età di 73 anni.



CARLO ROSSELLI

 

Carlo Rosselli

Carlo Rosselli nasce a Roma il 16 novembre 1899 e nel 1917 presta servizio militare durante la Prima Guerra mondiale tra gli alpini con il grado di sottotenente.

Nel 1921 si laurea in Scienze Politiche a Firenze con la tesi intitolata “Il sindacalismo”.

Nel 1923 si laurea all’Università di Siena e nel 1925 diventa docente di Economia Politica e Storia delle Dottrine Economiche presso la Scuola Superiore del Commercio di Genova.

In questi anni scrive alcuni articoli per “Critica Sociale” e nel 1924, dopo l’assassinio Matteotti, fonda la rivista “Non Mollare!” insieme al fratello Nello.

Nel 1926, insieme a Pietro Nenni, fonda il giornale “Quarto Stato” che il governo fa chiudere dopo pochi mesi.

Nel 1927 Rosselli viene arrestato, accusato di sovversione e condannato alla residenza obbligatoria (confino) a Lipari dove comincia a scrivere la sua opera più nota che è “Socialismo liberale”.

In questo libro propone come risposta all’esigenza di libertà, di democrazia e di sviluppo sociale ed economico una formula: “il liberalismo come metodo, il socialismo come fine”.

Rosselli sostiene che l’unico modo per avere una società libera e veramente democratica è giungere al socialismo. Un socialismo lontano dal marxismo leninista e simile al laburismo inglese, cioè che da un lato garantisca la libertà d’iniziativa economica e sociale degli individui e dall’altro dia le stesse opportunità e riconosca gli stessi diritti a tutti i cittadini a prescindere dalla loro classe sociale.

Quindi Rosselli al liberalismo capitalista e al comunismo marxista-leninista propone una terza possibilità che è quella del riformismo sociale.

Condanna la violenza e la guerra civile per la costruzione di un nuovo assetto democratico e prende le distanze dagli anarchici, dai sostenitori della “dittatura del proletariato” e dagli stalinisti, ma ammette che l’unico modo per liberare l’Italia dal fascismo è la lotta armata.

Nel 1929 evade da Lipari e va prima in Tunisia e poi in Francia qui, insieme a Gaetano Salvemini, organizza il movimento antifascista “Giustizia e Libertà” che pubblica, anche, la rivista “Quaderni di Giustizia e Libertà”.

Nel 1930 pubblica “Socialismo liberale” che riceve critiche sia dagli intellettuali e politici fascisti sia da quelli comunisti come Togliatti.

Nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, Rosselli crea una brigata di volontari italiani e partecipa alla guerra civile nelle fila delle brigate repubblicane.

Il 13 novembre 1936, a Radio Barcellona, pronuncia un celebre discorso con il quale incita tutti gli italiani ad unirsi e agire per liberare l’Italia dal fascismo. A sostegno di ciò Rosselli dice che lo spirito col quale combattono gli italiani antifascisti in Spagna è: “ Oggi qui, domani in Italia”.

Il 9 giugno 1937 Carlo e Nello Rosselli vengono uccisi in Francia a Bagnoles de l’Orne dagli eversivi di “La Cagoule” su mandato dei servizi segreti fascisti italiani.

Carlo Rosselli aveva 37 anni e Nello ne aveva 36.



PIETRO NENNI

 

Pietro NenniPietro Nenni nasce a Faenza (RA) il 9 febbraio 1891.

Terminati gli studi dell’obbligo comincia l’attività di giornalista e aderisce al Partito Repubblicano.

Nel 1911 diventa Segretario della Camera del Lavoro di Forlì e si esprime contro la guerra in Libia.

Nel 1914 è tra gli organizzatori del comizio, ad Ancona, contro le “Compagnie di Disciplina” (reparti dell’esercito, aboliti poi nel 1957, che servivano per isolare e “correggere” i militari ritenuti indisciplinati) che sfocia in una repressione da parte delle forze dell’ordine. Per questi scontri Nenni viene arrestato.

Nel 1914 Nenni è tra gli interventisti alla Prima Guerra mondiale considerando, per l’Italia, quella guerra l’occasione per concludere l’unificazione d’Italia.

Nel 1921 lascia il P.R.I. e aderisce al Partito Socialista Italiano appoggiando il riformismo di Turati contro il comunismo-massimalista di Gramsci e Togliatti.

Nel 1923 Nenni diventa direttore de “L’Avanti” e pubblica articoli critici e contrari al fascismo.

Nel 1926, in seguito alle “leggi fascistissime”, la polizia chiude la redazione de “L’Avanti” e Nenni si trasferisce in Francia.

Nel 1936 allo scoppio della Guerra Civile spagnola Nenni si arruola tra le Brigate Internazionali e scrive un diario che pubblicherà col titolo “Spagna”.

In “Spagna” parla della sua esperienza e descrive la figura dei leader delle Brigate, in particolare i fratelli Rosselli, evidenziando che la differenza con i fascisti è che gli antifascisti non misurano la Patria con i confini ma che per loro la Patria è la difesa della libertà di tutti.

Nenni durante la Seconda Guerra mondiale partecipa alla Resistenza nella Brigata Garibaldi e nel 1943 viene confinato a Ponza.

Nel 1943 fugge da Ponza e va a Roma dove con Alessandro Pertini e Giuseppe Saragat fonda il Partito Socialista di Unità Proletaria ed insieme a Bonomi, De Gasperi e La Malfa il C.L.N.

Nel 1944 diventa Segretario del P.S.I.U.P., nel ’46 eletto all’Assemblea Costituente e nel 1947 si allea con il P.C.I., cosa che porta alla scissione di Saragat che fonda il Partito Socialdemocratico. In seguito a ciò Nenni riprende la denominazione P.S.I.

Alle elezioni politiche del 1948 Nenni e Togliatti uniscono le liste di P.S.I. e P.C.I. nel Fronte Democratico Popolare che, però, non ha successo in quanto la maggioranza dei voti va alla D.C.

Nel 1951 riceve dall’Urss il “Premio Stalin per la pace” e nelle elezioni del ’53 non si allea col P.C.I. ma ottiene i voti che contribuiscono a non far assegnare alla D.C. il premio di maggioranza.

Nel 1956, in seguito al XX Congresso del P.C.U.S. (nel quale Chruščëv denuncia i crimini di Stalin) e alla “repressione in Ungheria”, restituisce il Premio Stalin e devolve il denaro alla Croce Rossa Internazionale.

Nel 1963 Nenni porta il P.S.I al governo Moro e fino al 1970 ha incarichi di vicepresidenza e anche di ministro.

Nel 1970 diventa senatore a vita e Presidente onorario del P.S.I.

Pietro Nenni muore a Roma il 1 gennaio 1980 all’età di 88 anni.



GIUSEPPE DI VITTORIO

 

Giuseppe Di Vittorio Giuseppe Di Vittorio nasce a Cerignola (BA) l’11 agosto 1892 da una famiglia di agricoltori.

Nel 1902, a causa della morte del padre, deve lasciare la scuola elementare per lavorare nei campi.

Nel 1904 diventa segretario del Circolo Giovanile P.S.I. di Cerignola e si avvicina alla corrente rivoluzionaria del socialismo.

Nel 1913 aderisce all’Unione Sindacale Italiana e diventa segretario della Camera del Lavoro di Bari.

Nel 1915 partecipa alla Prima Guerra mondiale e a causa di una ferita dal fronte viene assegnato ad un reparto in Libia dal quale torna nel 1919.

Nel 1921 Di Vittorio viene arrestato accusato di sovversione e mentre è in prigione viene eletto deputato per il Partito Comunista d’Italia.

Nel 1924, dopo esser stato scarcerato, si trasferisce a Roma dove conosce Gramsci e Togliatti.

Nel 1925 viene nuovamente arrestato e condannato a dodici anni di carcere, ma lo stesso anno Di Vittorio fugge in Francia.

Nel 1928 si trasferisce a Mosca per rappresentare l’Italia nell’Internazionale Contadina.

Nel 1930 torna a Parigi e nel 1935 manda tre persone di sua fiducia per organizzare la Resistenza Etiope contro l’invasione fascista.

Nel 1936 si arruola tra le Brigate Internazionali per difendere la Repubblica in occasione della Guerra Civile spagnola e nel 1939 fonda a Parigi il quotidiano antifascista “La voce degli italiani”.

Nel 1941 viene arrestato a Parigi dai tedeschi e consegnato al tribunale italiano che lo condanna a cinque anni di confino a Ventotene.

Nel 1943 Di Vittorio viene liberato e si arruola per la Resistenza nella Brigata Garibaldi.

Nel 1945 insieme a Grandi e Lizzadri ricostituisce il sindacato unitario con la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (C.G.I.L.) e ne diventa segretario nazionale.

Nel 1946 Di Vittorio è eletto deputato all’Assemblea Costituente nel P.C.I.

Nel 1950 Di Vittorio assiste alla scissione della corrente cattolica di Pastore che considera lo sciopero nazionale organizzato in quell’anno esclusivamente per rafforzare la posizione del P.C.I. Per questo motivo e per avere indipendenza dal P.C.I. Pastore lascia la C.G.I.L. e fonda la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (C.I.S.L.).

Di Vittorio condivide i principi marxisti ma, operando nel sindacato, sente il bisogno di agire liberamente e in autonomia rispetto le direttive del P.C.I. e ciò lo pone in dissenso con Togliatti.

Nel 1953 è eletto Presidente della Federazione Sindacale Mondiale.

Nel 1956 Di Vittorio comunica alla stampa che il sindacato condanna i metodi repressivi e antidemocratici dell’Urss nei confronti degli ungheresi (repressione sovietica in Ungheria).

Togliatti, allora, scrive al direttivo del P.C.U.S. dichiarando che il P.C.I. non riconosce e prende le distanze dalle dichiarazioni di Di Vittorio.

Secondo Di Vittorio la società, le istituzioni e la politica devono considerare il lavoro un valore sociale e culturale e per questo l’azione dei sindacati deve essere apartitica, plurale e unita nel rappresentare i bisogni di tutti i lavoratori.

Giuseppe Di Vittorio muore a Lecco il 3 novembre 1957 all’età di 65 anni.



UGO LA MALFA

 

Ugo La MalfaUgo La Malfa nasce a Palermo il 16 maggio 1903.

Nel 1925 partecipa al Congresso organizzato a Roma dal’Unione nazionale democratica, movimento di Giovanni Amendola.

Nel 1926 si laurea all’ Università Ca’ Foscari in Scienze Diplomatiche e Consolari. Lo stesso anno, durante il servizio militare, viene assegnato ad un reparto in Sardegna come punizione per avere diffuso la rivista antifascista “Pietre”.

Nel 1929 La Malfa entra nella redazione della “Enciclopedia Treccani” e nel 1933 viene assunto dalla Banca Commerciale Italiana dove lavora durante la guerra.

Il 4 giugno 1942 insieme a Parri e Lussu, La Malfa rifonda il Partito d’Azione e diventa rappresentante del P.d’A. nel Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.).

Nel 1945 viene nominato Ministro dei Trasporti nel governo provvisorio di Parri.

Nel 1946 prima viene nominato Ministro della Ricostruzione nel primo governo De Gasperi e poi al Congresso del P.d’A., dopo essersi scontrato con la corrente social-riformista di Lussu (lui che invece è liberale), lascia il Partito per entrare nella Concentrazione Democratica Repubblicana e poi nel Partito Repubblicano Italiano.

Nel 1948 diventa vicepresidente del Fondo Monetario Internazionale.

Nel 1950 La Malfa diventa Ministro senza portafoglio e riorganizza la gestione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale e nel 1952 da Ministro del Commercio Estero elimina il contingentamento delle importazioni.

Nel 1959 assume la direzione de “La Voce repubblicana”.

Nel 1962 diventa Ministro del Bilancio e concorre all’opera di nazionalizzazione dell’energia elettrica che porta all’accorpamento delle sei aziende nell’Ente Nazionale per Energia Elettrica (E.N.E.L.) sotto la direzione dello Stato.

Nel 1965 La Malfa viene nominato segretario nazionale del Partito Repubblicano Italiano.

Nel 1973 diventa Ministro del Tesoro e nega la richiesta di aumento di capitale della Finambro e ciò porterà al fallimento della banca di Sindona.

Inoltre si oppone al progetto della RAI di trasmettere a colori e ottiene la promulgazione della legge che regola il finanziamento pubblico dei partiti politici.

Nel 1974 La Malfa viene nominato vicepresidente del consiglio del governo Moro e nel 1975 Presidente del P.R.I.

Nel 1976 porta il P.R.I. al Parlamento Europeo nella Federazione dei Partiti Liberali e Democratici Europei (E.L.D.R.).

Nel 1978 promuove l’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo e in occasione del rapimento di Moro si schiera con la linea della fermezza, cioè di non trattare con le brigate rosse.

Nel 1979 a La Malfa, per la prima volta, viene dato l’incarico di formare un governo, ma non ottiene la fiducia dal Parlamento e allora, successivamente, viene nominato vicepresidente e Ministro del Bilancio del governo Andreotti.
Ugo La Malfa, a causa di un'emorragia celebrale, muore a Roma il 26 marzo 1979 all'età di 75 anni.



GIORGIO LA PIRA

 

Giorgio La Pira

Giorgio La Pira nasce a Pozzallo (RG) il 9 gennaio 1904.

Nel 1921 si diploma in Ragioneria e poi consegue la maturità al Liceo Classico.

Nel 1926 si trasferisce a Firenze dove si laurea in Giurisprudenza e nel 1934 diventa docente di Diritto Romano all’Università di Firenze.

Nell’anno in cui diventa docente fonda a Firenze la “Messa di S. Procolo” un’associazione che presta assistenza agli indigenti.

Nel 1939 fonda la rivista “Principi” che critica il regime fascista e condanna l’invasione della Polonia ma dopo poco tempo il fascismo sopprime la rivista.

Nel 1943 La Pira crea il foglio clandestino antifascista “San Marco” che viene anch’esso soppresso e La Pira è costretto a vivere in clandestinità prima a Siena e poi a Roma.

Nel 1945 torna a Firenze e nel 1946, aderendo alla corrente dossettiana, si candida e viene eletto deputato per la D.C. all’Assemblea Costituente.

Nell’Assemblea La Pira fa parte della “Commissione dei 75” che ha il compito di scrivere la parte della Costituzione riguardante i “Principi Fondamentali”.

La Pira è colui il quale scrive l’articolo 2 della Costituzione che così sancisce: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

Nel 1947 crea l’associazione “Obiettivo Giovani S. Procolo” per introdurre nel mondo del lavoro i giovani delle classi più umili.

Nel 1948, eletto deputato, viene nominato sottosegretario al Ministero del Lavoro.

Nel 1951 è eletto sindaco di Firenze e lo sarà nuovamente dal 1956 al ’57 e poi dal 1960 al 1964.

Durante i suoi mandati La Pira adotta una serie di provvedimenti in ambito sociale, economico e di opere pubbliche: fa ricostruire i ponti “Alle Grazie”, “Vespucci” e “Santa Trinità”, crea il quartiere “Isolotto”, costruisce case popolari, realizza la “Centrale del Latte”, difende gli operai della Pignone e requisisce gli alloggi non abitati per distribuirli a chi non ha abitazione.

Nel 1958 viene rieletto alla Camera dei Deputati ed organizza eventi per tessere rapporti diplomatici come i “Colloqui Mediterranei” ai quali partecipano esponenti arabi ed israeliani o come quando riceve il sindaco di Pechino (con la battuta: “Dica al suo governo che la Repubblica popolare di S. Procolo riconosce la Repubblica popolare di Cina”, poiché l’Italia riconosceva solo Taiwan).

Nel 1959 La Pira va a Mosca e al Soviet Supremo parla della distensione e del disarmo e nel 1965 in Vietnam incontra Ho Chi Minh per mediare tra Vietnam e Usa ma Johnson rifiuta gli accordi.

Nel 1967 viene nominato Presidente della Federazione Mondiale Città Unite e nel 1973 alla Conferenza per Sicurezza e Cooperazione in Europa è definito “uomo che ha l’arte della pace”.
Nel 1976 viene eletto ancora deputato ed il 5 novembre 1977 Giorgio La Pira muore a Firenze all'età di 73 anni.



AMINTORE FANFANI

Amintore FanfaniAmintore Fanfani nasce a Pieve Santo Stefano (AR) il 6 febbraio 1908 e iscritto all’Università del Sacro Cuore di Milano aderisce alla FUCI.

Nel 1930 si laurea in “Economia e Commercio” e nel 1936 diventa docente di Storia delle Dottrine Economiche nella stessa Università del Sacro Cuore.

Nel 1938 firma, insieme ad altri docenti e intellettuali, il “Manifesto della razza” sia per acquisire fiducia da parte del Ministero dell’Educazione Nazionale, sia perché sostiene che il corporativismo è uno strumento di rappresentanza che evita sia il liberalismo capitalista che il comunismo.

Nel 1940, con l’ingresso dell’Italia in guerra, Fanfani prende le distanze dal regime fascista e nel 1942 conosce La Pira e Dossetti, con quest’ultimo instaura un rapporto di amicizia.

Dopo l’8 settembre 1943 Fanfani si trasferisce in Svizzera dove organizza corsi universitari per rifugiati italiani e vi rimane fino 1945.

Con la Liberazione Fanfani su invito dell’amico Dossetti torna in Italia e a Roma diventa il “Responsabile per la Propaganda Politica” della D.C.

Fanfani nella D.C. fa parte della “corrente dossettiana” (che nel 1951 prenderà il nome di “Iniziativa democratica” ) e per le sue qualità diplomatiche e intellettuali viene soprannominato “uno dei due cavalli di razza della D.C.” (l’altro considerato tale è Moro) ma da alcuni conservatori anche “il professorino” (stesso soprannome dato a Dossetti e La Pira).

Nel 1946 viene eletto con la D.C. all’Assemblea Costituente e fa parte della “Commissione dei 75” per redigere la Costituzione.

Fanfani mette d’accordo liberali e comunisti nel definire, con l’articolo 1, qual è lo spirito della Repubblica : “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.”, inoltre scrive l’articolo 3.

Fanfani tra il 1947 e il 1954 è Ministro del Lavoro, dell’Agricoltura e Ministro degli Interni.

In questi anni attua il “piano Fanfani” che prevede la costruzione di 300.000 abitazioni popolari.

Nel 1954 Fanfani viene nominato segretario della D.C. e nel 1958 diventa Presidente del Consiglio.

Nel 1959, a causa dell’accentramento di potere (segretario D.C., governo e ministro degli esteri), la corrente da lui guidata subisce la scissione dei centristi “dorotei” e Fanfani perde la segreteria della D.C. (successivamente dai dorotei si allontaneranno i riformisti guidati da Moro).

Nel 1960 Fanfani diventa Presidente del Consiglio e nel 1962 forma un governo di centro-sinistra.

Durante la “crisi dei missili di Cuba” Fanfani partecipa alla soluzione della crisi proponendo a Kennedy il disarmo della base Nato in Puglia in cambio del ritiro dei missili sovietici da Cuba.

In politica interna Fanfani nazionalizza l’energia elettrica, istituisce la scuola media unica e realizza l’autostrada Milano-Napoli.

Nel 1965 è eletto Presidente Assemblea ONU e dal 1965 al 1968 è ministro in due governi Moro.

Nel 1972 viene nominato senatore a vita e nel 1973 nuovamente segretario D.C., incarico che mantiene fino al 1976.

Dal 1982 al 1983 e poi nel 1987 ricopre per la quinta e sesta volta l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri e dal 1988 al 1989 ministro degli Interni e poi del Bilancio.

Amintore Fanfani muore a Roma il 22 novembre 1999 all’età di 91 anni.



GIUSEPPE DOSSETTI

 

Giuseppe DossettiGiuseppe Dossetti nasce a Genova il 13 febbraio 1913.

Nel 1934 si laurea in Giurisprudenza all’Università del Sacro Cuore di Milano. Durante il suo soggiorno a Milano conosce La Pira e Fanfani.

Nel 1945 partecipa alla Resistenza col nome di “Benigno”, senza usare mai le armi e diventa Presidente del C.L.N. di Reggio Emilia.

Alla fine della guerra Dossetti diventa docente di Diritto Ecclesiastico presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e nello stesso anno diventa vicesegretario della Democrazia Cristiana.

Il 2 giugno 1946 viene eletto deputato all’Assemblea Costituente ed entra a far parte della “Commissione dei 75” per la redazione della Costituzione.

Dossetti, nella Commissione, promuove il principio secondo il quale la prima parte della Costituzione “Principi Fondamentali” non deve essere un’insieme di regole ma deve stabilire quali sono i principi etici e morali che la Repubblica riconosce per tutelare la libertà degli individui e garantire una democrazia “sostanziale”.

Nel 1947 fonda la rivista “Cronache Sociale” alla quale collaborano intellettuali e politici come La Pira, Fanfani ed altri.

Nel 1948 Dossetti viene eletto alla Camera dei Deputati e durante il Congresso nazionale della D.C. accusa pubblicamente De Gasperi di attuare una politica troppo “cauta” e priva di slanci per avviare le riforme necessarie per far ripartire il Paese e migliorare la vita degli Italiani più poveri.

Comunque, nonostante queste critiche, torna ad essere vicesegretario della D.C.

Da deputato partecipa alla preparazione delle proposte di legge che porteranno alla riforma agraria, alla riforma tributaria e all’Istituzione della Cassa del Mezzogiorno.

Nel 1951 Dossetti si dimette da deputato e da docente.

Nel 1956 Dossetti si candida come sindaco a Bologna ma perde le elezioni e diventa consigliere comunale per la D.C.

Nel 1958 si dimette da consigliere e nel 1959 riceve l’ordinazione sacerdotale e diventa francescano nella comunità “Piccola Famiglia dell’Annunziata”, da lui avviata tra il ’56 e il ’58, a Oliveto di Monteveglio (BO).

Nel 1960 Dossetti partecipa al Concilio Vaticano II in qualità di collaboratore del cardinale Lercaro come esperto di Diritto Ecclesiastico.

Dossetti scrive il Regolamento del Concilio e durante le sessioni produce documenti che chiedono una apertura ecumenica della Chiesa verso la società ed un ritorno al principio di semplicità e povertà evangelica.

Dal momento in cui diventa sacerdote Dossetti non si interessa più di politica.

Nel 1994 guida un movimento non partitico a difesa della Costituzione repubblicana.

Padre Giuseppe Dossetti muore il 15 dicembre 1996 nella sua comunità a Oliveto di Monteveglio (BO) all’età di 83 anni.


ALDO MORO

Aldo Moro

Aldo Moro nasce a Maglie (LE) il 23 settembre 1916 e nel 1938 si laurea in Giurisprudenza all’Università di Bari.

Nel 1939 Moro diventa Presidente nazionale della FUCI e lo sarà fino a 1941.

Nel 1941 ottiene la cattedra di Filosofia del Diritto e Politica Coloniale all’Università di Bari.

Nel 1946 dopo aver aderito alla Democrazia Cristiana, nella corrente dossettiana, si candida e viene eletto deputato per la D.C. all’Assemblea Costituente.

Nell’Assemblea fa parte della “Commissione dei 75” per redigere il testo Costituzionale e si occupa del paragrafo intitolato “I diritti dell’uomo e del cittadino”.

Moro comincia ad essere sempre più notato nella D.C. per la sua diplomazia ed il suo intelletto ed è per queste qualità che nel Partito viene soprannominato “uno dei due cavalli di razza della D.C.” (l’altro considerato tale è Fanfani).

Nel 1948 Moro è professore di Diritto Penale, deputato e sottosegretario al Ministero degli Esteri.

Nel 1953 viene eletto deputato e nel 1955 nominato Ministro di Grazia e Giustizia.

Nel 1957 da Ministro dell’Istruzione rende obbligatorio l’insegnamento dell’educazione civica.

Nel 1959 al Congresso della D.C., svoltosi a Firenze, Moro viene eletto Segretario della D.C.

Nel 1963 Moro ottiene la Cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura Penale nella Facoltà di Scienze Politiche all’Università di Roma.

Nello stesso anno viene nominato Presidente del Consiglio e forma il suo primo governo con D.C. - P.S.I. – P.S.D.I. – P.R.I.

Moro ha il progetto di: da un lato promuovere le riforme sociali e lo sviluppo economico e dall’altro ampliare la rappresentanza democratica alle posizioni sociali e ideologiche differenti.

Per far questo, grazie anche alle distanze che il P.S.I. ha preso dal P.C.I., Moro “converge a sinistra” e accoglie nel governo socialdemocratici e anche sei socialisti tra cui il segretario Nenni.

Moro attua una serie di riforme: istituisce la Regione Molise, istituisce e regola le cooperative, le società ed i gruppi immobiliari, inaugura il traforo del Monte Bianco e abolisce la mezzadria.

Nel 1969 viene rieletto alla Camera e diventa Ministro degli Esteri fino al 1974, quando diventa capo di un governo D.C. - P.R.I.

Nel 1975, con il Trattato di Osimo, conclude la “Questione fiumana” cedendo la Zona B del Territorio di Trieste alla Jugoslavia e l’anno successivo cade il quinto governo Moro.

Nel 1976 Moro viene eletto Presidente della Democrazia Cristiana.

Da Presidente della D.C. Moro, per le sue scelte politiche, trova molti “avversari”: gli USA, la NATO e alcune correnti della D.C. per aver accolto nel suo governo la sinistra e avviarsi al “compromesso storico” per un governo di “solidarietà nazionale” sostenuto dal P.C.I.; l’URSS perché sottrae il P.C.I. dalla sua influenza e i gruppi di estrema destra e sinistra perché rappresenta il “sistema che opprime gli individui o i proletari”.

In questo contesto il 16 marzo 1978 Aldo Moro viene rapito e il 9 maggio 1978 all’età di 61 anni assassinato a Roma dalle Brigate Rosse.



ENRICO BERLINGUER

Enrico BerlinguerEnrico Berlinguer nasce a Sassari il 25 maggio 1922 da una famiglia di piccoli possedenti terrieri.

Dopo aver conseguito la maturità classica Berlinguer frequenta e sostiene tutti gli esami presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari, ma non sostiene la tesi e non si laurea.

Nel 1943 s’iscrive al Partito Comunista Italiano ed organizza la sezione di Sassari.

Nel 1944 Berlinguer viene arrestato, poiché sospettato di aver organizzato una rivolta, ma accertata la sua innocenza viene scarcerato.

Nello stesso anno si trasferisce a Salerno dove conosce Togliatti il quale lo manda nel 1945, dopo la Liberazione, a Milano come responsabile della Commissione Giovanile Centrale del P.C.I.

Nel 1950 Berlinguer diventa segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana e nel 1957 vicesegretario regionale per la Sardegna del P.C.I.

Nel 1966 Berlinguer viene nominato segretario regionale per il Lazio del P.C.I.

Nel 1968 eletto per la prima volta deputato alla Camera, diventa membro della “Commissione parlamentare Esteri” e dopo diventa Vicesegretario nazionale del P.C.I.

Nel 1969 Berlinguer alla Conferenza dei Partiti Comunisti, tenutasi a Mosca, condanna pubblicamente la “dottrina Breznev” considerandola ingiustificata per la repressione di Praga in quanto, tale dottrina, lede la sovranità nazionale e la libertà di cultura.

Nel 1972 Berlinguer viene eletto Segretario nazionale del P.C.I., incarico che manterrà fino al 1984.

Nel 1973 dopo il tentato golpe Borghese, dopo il golpe Pinochet e durante gli anni di piombo Berlinguer capisce che, per salvaguardare la democrazia, soddisfare i bisogni sociali ed evitare derive dittatoriali o anarchiche, necessita una nuova linea politica.

Per questi motivi lancia l’idea politica del “compromesso storico”.

Il compromesso consiste nell’appoggio da parte del P.C.I. di un “governo di solidarietà nazionale” il quale s’impegna a mantenere l’assetto democratico e ad attuare riforme sociali ed in particolari nel mondo del lavoro; ciò avviene in parte col terzo governo Andreotti.

L’importanza di tale compromesso viene riconosciuto in particolare dal democristiano Moro.

Proprio con Moro Berlinguer instaura un rapporto propositivo e costruttivo tanto che arriva a teorizzare un possibile governo D.C.-P.C.I. per costituire la terza via al capitalismo ed al comunismo sovietico: ”Eurocomunismo”; ovvero un socialismo “possibile solo in Italia” simile al laburismo e alla socialdemocrazia dell’ SPD che faccia riferimento anche ai valori Cristiani.

Tutto ciò porta, nel 1976, il P.C.I. al 34% dei voti ma, allo stesso tempo, allo “strappo dal P.C.U.S” e alla scissione dei gruppi di estrema sinistra. Inoltre Berlinguer, in politica estera, preferisce mantenere l’adesione alla NATO e sostiene e condivide il movimento di “Charta 77”.

Il compromesso storico fallisce nel 1978 per il rifiuto da parte del quarto governo Andreotti.

Nel 1980, in seguito all’esclusione dal “governo pentapartito”, Berlinguer decide di continuare il mutamento della linea politica del P.C.I. che, nel 1989, porterà alla “svolta della Bolognina”.

Enrico Berlinguer l’11 giugno 1984, a causa di un ictus celebrale, muore a Padova all’età di 62 anni.



PIO LA TORRE

Pio La TorrePio La Torre nasce a Palermo il 24 dicembre 1927 da una famiglia di contadini e fin da giovane aderisce al Partito Comunista Italiano.

Dopo essersi diplomati presso l’Istituto Tecnico Industriale si laurea in Scienze Politiche.

Nel 1947 La Torre diventa funzionario di Federterra e nel 1949, per spingere il Parlamento ad attuare la riforma agraria, comincia ad organizzare le occupazioni delle terre incolte.

Nel 1950, durante un’occupazione, è arrestato con l’accusa di aver colpito con un bastone un tenente dei carabinieri.

Dopo un anno e mezzo di detenzione, al processo, viene assolto in quanto il giudice reputa ingiuste le accuse mosse da parte del tenente.

Durante la detenzione, comunque, grazie all’intervento di partiti politici e sindacati, La Torre ottiene la riforma agraria (legge Sila), che viene poi estesa in tutte le regioni e recepita dalla Regione Sicilia.

Nel 1952 diventa dirigente della Camera Confederale del Lavoro di Palermo e viene eletto Consigliere al Comune di Palermo (e lo sarà altre volte fino al 1966).

Nel 1959 La Torre diventa Segretario regionale della C.G.I.L. e nel 1962 Segretario regionale per la Sicilia del P.C.I.

Nel 1963 è eletto all’Assemblea Regionale Siciliana per il P.C.I. e poi lo sarà nuovamente nel 1968.

Nel 1969 viene chiamato a Roma e nominato dirigente della commissione agraria e della commissione per il Meridione del P.C.I.

Durante questi anni La Torre conosce e acquista sempre più la fiducia e la stima del futuro segretario nazionale Berlinguer.

Nel 1972 La Torre viene eletto alla Camera dei Deputati ed entra nella commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia.

Come componente della commissione sulla mafia redige la proposta di legge che diventa la famosa “legge Rognoni-La Torre”.

Con la “Rognoni La Torre”, per la prima volta, viene inserito nel Codice Penale il reato di “associazione mafiosa” (art. 416bis) che pone un’aggravante nei reati, l’interdizione dai pubblici uffici e la confisca dei beni appartenenti ai mafiosi.

Nel 1976 e poi nel 1979 La Torre viene rieletto deputato per il P.C.I.

Nel 1981 viene nominato Segretario regionale per la Sicilia del P.C.I.

Nello stesso anno La Torre insieme al P.C.I. siciliano ed altre associazioni, organizza una raccolta di firme ed una manifestazione contro la decisione del governo di far installare per la NATO missili a testata nucleare “Cruise” nell’aeroporto militare di Comiso.

Inizialmente la manifestazione ha un grande eco nella società ma non muta le decisioni del governo anche se col tempo vengono rimossi i Cruise (l’ultima batteria nel 1991).

Pio La Torre viene assassinato a Palermo, su decisione di mandanti mafiosi (tra questi Riina e Provenzano), il 30 aprile 1982 all’età di 54 anni.